Dal momento che il viaggio nella città d’arte è un viaggio nello spirito, allora bisogna riconoscere che il carattere distintivo della città d’arte, la sua evocazione e il suo charme è, prima di tutto, una questione di atmosfera. Il fascino di Mantova sono anche le rondini che gridano nei purpurei tramonti d’estate nel cielo di piazza Sordello fra le torri del Castello di San Giorgio e la cupola del Sant’Andrea. Il fascino di Mantova è anche la rosa bianca che sfiorisce, con grazia, nel giardino Pensile. Sarà per la cintura lacustre baluardo alla orribile lebbra edilizia che – da Rimini a Torino quasi senza soluzione di continuità – ha devastato la dolce terra padana. Sarà per il suo felice isolamento, per le implacabili estati e per gli inverni severi. Il fatto è che Mantova, prima di essere città d’arte, è ancora città dell’anima. I tempi moderni non sono riusciti a banalizzarla. Essa è la città di Mantegna e di Pisanello, ma sa ancora essere, per nostra grande fortuna, la città delle rondini e della rosa, come ai tempi in cui D’Annunzio qui ambientò il suo romanzo Forse che sì forse che no. Queste cose Riccardo Braglia le sa molto bene: il suo amore per Mantova è eccentrico ombroso e geloso, come sempre sono i grandi amori. E credo che egli abbia, come me, il gusto un po’ “reazionario” della laudatio temporis acti che è il miglior antidoto allo stolto modernismo di chi vorrebbe i Beauburg dappertutto.
RICCARDO BRAGLIA, mantovano, è storico dell’arte, conferenziere, scrittore e giornalista, nonché consulente di varie reti televisive. Per molti anni ha inoltre ricoperto l’incarico di Ispettore Onorario della Soprintendenza per i Beni Storici e Artistici di Mantova. Ha al suo attivo diverse pubblicazioni, oltre che curatele di mostre e di eventi culturali di valenza nazionale ed internazionale. Per i tipi de Il Rio ha pubblicato La grotta delle meraviglie. Il collezionismo di Isabella d’Este-Gonzaga (2014) e ha curato il catalogo della rassegna Burgio. Opere 1959-2016 (Reggio Emilia, 2016).




