«Lunghi stradoni bianchi e silenziosi, un cielo immenso solcato da rondini e gabbiani: sono cresciuto con la convinzione di essere prigioniero in qualche villaggio fantasma dei film western, in attesa che arrivassero gli indiani a liberarmi da quel sortilegio».
È un Polesine di ossessioni e demoni infantili quello di Francesco Permunian, il quale in questo nuovo libro – che definire un romanzo è riduttivo per l’audace accostamento di prosa, poesia e, pure, di un’antologia fotografica – canta della sua Ca’ Labia, la terra delle origini, sita nella punta più meridionale della provincia veneziana, osservata a distanza di tempo (e di chilometri) attraverso un fiume di ricordi. Una terra di provincia che Permunian, con la sua voce fuori dal coro fatta di una narrativa a tratti satirica altre volte fin quasi scandalosa, restituisce a tratti come una realtà universale: una location da film western, ma anche una realtà epica e spiazzante per la sua apparente normalità, abitata dai Calabiani, “persone normali” immerse in un mondo in via di estinzione.




